Yves Bonnefoy, ‘Poesia e fotografia’


Ecco un libricino prezioso, di quelli che faticano a trovar posto sugli scaffali delle librerie ma che in compenso stanno comodamente nel palmo di una mano: Poesia e fotografia, un racconto-meditazione lucido e profondo sulla “custodia della presenza” nell’epoca della modernità. L’autore, Yves Bonnefoy, poeta fra i massimi viventi (la sua opera è riunita in un Meridiano Mondadori a cura di Fabio Scotto), ha una speciale sensibilità per la fenomenologia artistica in tutte le sue forme, a cui ha dedicato un’ampia produzione saggistica.

La prosa di Yves Bonnefoy, il suo modo di argomentare, avvolge il lettore come un soffio denso e pastoso, di inattesa familiarità. Bisogna avere la pazienza di seguirne i ragionamenti e allora ferma il tempo, allarga lo spazio, sbriglia visioni e pensieri perché, come i veri poeti, percepisce nelle cose ciò che oltrepassa il loro senso mondano, riducendo i fatti umani al loro istante essenziale. Prendiamo la fotografia, nobile arte la cui proposta estrema fu in principio quella di esserci senza funzione, senza nome, senza alcuna stratificazione del pensiero, oggi svilita dal gesto ubiquitario dello scatto. L’immagine divenuta il segno prepotente del consumo, l’autoscacco della contemporaneità.

Ma come si è giunti dal dagherrotipo al selfie? Come recuperare un senso della singolarità, del “tu” nell’epoca dell’immagine consumata, dell’illusione di prossimità del tutto? Bonnefoy torna alle origini, a quando lo sguardo era pura capacità di vedere. L’impatto delle prime fotografie sull’esperienza e i modi di vivere nel XIX secolo fino ai giorni nostri è posto in relazione con la voce dei poeti che nella stessa epoca cercarono – spesso drammaticamente – di dare un senso all’enigma dell’esistenza. Leopardi, Mallarmé, Baudelaire, Maupassant, i surrealisti: la parola. Daguerre, Degas, Nadar, Atget: l’immagine. Il genere di atto che compirono i primi fotografi, totalmente nuovo nella storia, influì direttamente su ciò che la poesia tentava di essere.

Le parole sulla poesia del poeta Bonnefoy sono scintille sapienziali di interrogativi senza tempo. La finitudine dell’individuo e l’ansia d’infinito, la singolarità del vivente e la chimera del caso, l’ordine del giorno e quello della notte, la presenza e l’assenza, lo sguardo e il visibile, il pensiero sull’orlo dell’abisso – tutti temi cari alla poetica di Bonnefoy – si riverberano nella struggente rilettura del poemetto Igitur di Mallarmè, sogno metafisico che ha sullo sfondo il nevermore di Edgar Allan Poe tradotto da Baudelaire e prelude alla tragica Notte di Maupassant di fronte alla Senna. Ovvero “i diversi modi attraverso i quali l’uomo o la donna del nostro tempo combattono l’alienazione che li opprime”.

Anche la fotografia d’arte diffonde nell’immagine gli effetti della notte. Diversamente da ciò che vediamo in un quadro (le relazioni tra fotografia e pittura sono oggetto in questo libro di altrettante illuminanti riflessioni – da Goya a Lorenzo Lotto, da Van Eyck a Giacometti), sulla pellicola l’immagine “mostra il dettaglio nel suo esser lì, al di qua di ogni scelta di sguardo e composizione e velatura, come immotivato, non voluto”. E nel contempo mostra un soggetto che è già estraneo a se stesso, anch’egli epifania dell’assenza come scrive nella prefazione Antonio Prete. Ma in più cattura il caso, “sorpreso come elemento stesso della presenza”.

Nelle immagini dei fotografi affiora cioè l’inconscio del poeta, trasfigurato nella materia stessa che si proponeva di superare. E più in generale un livello inconscio collettivo: distogliendo la mente da ciò che esprime la composizione, il caso mostra che le cose esistono in quanto tali, “in una materialità irriducibile allo spirito”. Come il poeta, conclude Bonnefoy, solo il fotografo è colui che accoglie e custodisce la presenza, dialogando con il tempo e lo spazio, presentificando anche il nulla, allontanando l’orrore attraverso lo sguardo meravigliato del primo giorno, strappando al non senso un frammento di senso.

Poesia e fotografia condividono fin dalle origini la stessa suggestione metafisica e notturna, gli stessi significati simbolici e allegorici. Pensiamoci qualche volta mentre stiamo giocando a postare il nostro autoscatto. Dice il poeta: “Il moltiplicarsi all’infinito delle fotografie che colgono solo il fuori della vita può contribuire alla fine del mondo. Ma alcuni fotografi, grandi in questo, cercano di salvarlo”.

Michele Lauro

Yves Bonnefoy
Poesia e fotografia
ObarraO edizioni
114 pp., 7 euro

Photo: George McClintock

http://www.panorama.it/cultura/libri/yves-bonnefoy-poesia-e-fotografia-recensione/


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